Il sommerso non può servire da 'deus ex machina'

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Questa parte dell’economia è un’espressione delle difficoltà che caratterizzano un sistema economico: perciò il contesto nel quale opera l’impresa deve anch’esso essere modificato se s’intende favorire l’emersione e ridurre l’evasione

L’economia sommersa è considerata un’anomalia del sistema economico italiano ma la revisione dei manuali di contabilità nazionale, operata congiuntamente dalle Nazioni Unite e da Eurostatnegli anni '90, ha riconosciuto la rilevanza dell’economia sommersa e l’obbligo del  suo inserimento nei conti nazionali. La discussione sulla qualità dei conti nazionali si sposta sull’esaustività, ossia sulla capacità del sistema statistico ufficiale di stimare, correttamente e interamente, anche la parte della produzione e del consumo che non è oggetto di indagini dirette.

 

In Italia, gli argomenti di ricerca collegati all’economia sommersa   sono numerosi: l’evasione fiscale, l’eccesso di leggi e di tutele, il divario Nord – Sud, la crisi della grande industria, il nanismo delle imprese, il ritardo nell’innovazione di prodotto e di processo, la sperequata distribuzione territoriale della disoccupazione, la crescita dei lavori atipici, infine, ma non meno importante, l’infiltrazione della criminalità nell’economia legale, ecc. Questi argomenti consentono di affermare che l’economia sommersa:

a) non può essere identificata come settore omogeneo anche se presenta alcuni elementi tipici.

b) è un elemento strutturale del sistema economico e sociale italiano e come tale va studiata poiché è perfettamente integrata con esso

c) deve la sua estensione all’ambiguità della classe politica nei suoi confronti, alla farraginosità e alla contraddittorietà delle norme emesse ai diversi livelli di governo e all’inefficienza delle amministrazioni pubbliche nel contrasto dei comportamenti illeciti e/o illegali.

d) rende meno efficaci politiche di sostegno della domanda ma soprattutto può generare processi involutivi, anche se solo apparenti, quando sono attuate politiche fiscali restrittive

e) sebbene sia criticata da molti, è anche apprezzata da molti e troviamo la sua presenza nei consumi finali delle famiglie e nei consumi intermedi delle imprese, nel mercato del lavoro, nel credito, nel risparmio ecc.

Prudenza consiglierebbe di approfondire le sue caratteristiche e compiere un’accurata analisi costi – benefici prima di lanciare campagne per la sua emersione e di promettere una repressione intransigente dell’evasione fiscale e contributiva.

Non rientra, invece, nell’economia sommersa l’evasione e l’elusione fiscale operata dagli imprenditori della cosiddetta economia regolare ossia dell’economia osservata.

 

2. Le controversie economiche e statistiche sull’economia sommersa.

La teoria economica basata sui comportamenti razionali ritiene che l’evasione fiscale e in molti casi la scelta di operare nell’economia sommersa,  sia una decisione presa dall’imprenditore e/o dal lavoratore in conformità ad un’analisi costi – benefici e spetta alla Statistica pubblica e al Fisco modificare queste valutazioni.
 

Per capire le caratteristiche, i comportamenti e gli effetti dell’economia sommersa e la sua rilevanza ai fini fiscali è indispensabile approfondirne l’analisi settoriale e dimensionale; in generale, si tratta di piccole e piccolissime imprese nel settore dei servizi e delle costruzioni e con presenze significative anche nel manifatturiero tradizionale. A queste imprese vanno aggiunte le attività svolte dai lavoratori autonomi, in prevalenza liberi professionisti oppure precari, che operano senza un’organizzazione imprenditoriale, ed infine i secondi lavori e le attività più propriamente pertinenti all’economia informale, specie in agricoltura. Dal lato delle risorse,l’analisi affronta  la segmentazione dell’occupazione e le scelte tecnologiche operate dagli imprenditori dell’economia sommersa mentre dal lato della domanda sono ancora carenti le indagini sulla quota di domanda di beni e servizi intermedi e finali soddisfatta dalle imprese del sommerso.

Queste considerazioni, in effetti, non esauriscono il tema dell’economia sommersa poiché resta da chiarire la diffusa presenza, in alcune zone del nostro Paese, di imprese marginali e submarginali che danno un'occupazione, anche se precaria, alle fasce deboli del mercato del lavoro e offrono, a costi ridotti, produzioni finali ed intermedie ad alta intensità di lavoro e a bassa produttività; oppure, ancora, vendono i loro prodotti in mercati  poco interessanti per le medie e grandi imprese.

Per alcuni studiosi l’origine del dualismo Nord – Sud, oggi possiamo aggiungere economia regolare – economia sommersa,  andava ricercata nelle imperfezioni del mercato del lavoro cui si sommavano, concettualmente, l’inefficienza dei mercati oligopolistici e monopolistici per i beni e servizi, caratterizzati da economie di scala e  un rapporto capitale/lavoro incompatibile con il rapporto fra la remunerazione dei fattori.  

Le conseguenze per la politica economica ponevano l’accento sull’esigenza di un intervento pubblico che si proponesse di limitare gli effetti di alcune vere e proprie esternalità negative (mancanza d’infrastrutture materiali ed immateriali, criminalità, scarsa informazione, basso livello di istruzione nella forza lavoro disponibile, ecc.) ricorrendo ad incentivi e disincentivi. I risultati dell’intervento straordinario non sono stati esaltanti e sebbene, in questi anni, alcune condizioni esterne si siano modificate non vi sono stati apprezzabili effetti sulla riduzione del divario territoriale.
 

Le statistiche mostrano che un terreno favorevole al sommerso è il noto e persistente nanismo delle imprese italiane associato alla scarsa presenza di grandi imprese (>250 addetti), queste ultime appena 3199 su un totale di 4.205.862, con un’occupazione pari al 18% del totale e con una quota di fatturato del 30%. Un’ulteriore conferma dell’anomalia italiana è fornita dalla diffusione delle microimprese (1-9 addetti) che registrano il 47,8 % dell’occupazione e il 31,6 % del valore aggiunto contro una media UE di 29,8 e 20,5 rispettivamente. Le statistiche mostrano che la diffusione della piccola e piccolissima impresa contribuisce ad abbassare non solo la produttività del lavoro ed il tasso di accumulazione ed ha conseguenze negative sull'innovazione e quindi sulla competitività della nostra economia.  

Secondo alcuni esperti, di solito consiglieri del governo, con l’emersione delle imprese  non è necessario: a) ridurre la spesa pubblica perché l’imponibile potenziale avrebbe consentito di portare in pareggio il bilancio pubblico mediante il recupero dell’evasione; b) ridurre le aliquote per disincentivare l’evasione e, quindi, la convenienza ad operare nel sommerso.

 

3. Alcuni punti acquisiti ed altri ancora irrisolti

Secondo i manuali internazionali di contabilità nazionale “l’economia non direttamente osservata” (Eno) include l’economia sommersa, l’economia illegale e l’economia informale.
 

 L’economia sommersa è costituita dalla produzione di beni e servizi da parte di soggetti che volontariamente o in condizioni di necessità: a) evadono gli obblighi fiscali e parafiscali; b) non rispettano le leggi e le norme; c) compilano in modo non accurato i moduli amministrativi; d) compilano consapevolmente in modo non accurato i questionari statistici. Ne discende che il sommerso può essere classificato come economico oppure statistico a seconda del comportamento dei rispondenti nei confronti dell’Istat.
 

Può essere utile compiere un’ulteriore distinzione fra “sommerso di impresa” e “sommerso di lavoro”, per operare una distinzione fra la produzione ed i fattori della produzione, ma soprattutto per misurare con maggiore accuratezza l’economia sommersa.
 

Con riferimento al sommerso di impresa, è raro il caso di un’impresa che non sia registrata, non abbia un minimo di contabilità, non produca un reddito, utilizzi solo lavoratori in nero e non sia titolare di un contratto di fornitura di servizi pubblici. Sono, invece, numerose le imprese parzialmente sommerse che occultano una parte del fatturato, ma soprattutto del valore aggiunto e dei profitti e impiegano sia lavoratori regolari e sia lavoratori in nero. Questa precisazione è rilevante per separare le imprese dell’economia sommersa da quelle, non meno numerose, che sottraggono imponibile al fisco e/o agli enti previdenziali ma non necessariamente valore aggiunto alla statistica ufficiale.
 

Il sommerso di lavoro è associato, in tutto o in parte al sommerso d’impresa, e si caratterizza per l’assenza di un rapporto di lavoro formalizzato, per le condizioni di lavoro e salariali differenti da quelle contrattuali, per la mancata denuncia di parte della manodopera oppure per la sotto-dichiarazione di una parte della prestazione lavorativa.

In sintesi, si può affermare che il sommerso è sia l’espressione del fallimento dello Stato, e sia l’ espressione del fallimento del Mercato come istituzione, poiché esso accetta – e a volte favorisce - l’inefficienza allocativa dei principali mercati delle merci, dei fattori della produzione e dei diritti di proprietà.
 

Meno percepita dagli economisti è l’influenza che l’ambiente in senso lato può avere su una presenza estesa di economia sommersa. Ne discende che esiste un dualismo anche all’interno dell’economia sommersa e questa seconda espressione del sommerso può essere considerata una rivisitazione del dualismo i cui elementi comuni, anche se con diversa intensità, sono:

a) l’insufficiente dotazione di infrastrutture,

b) l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche,

c) l’arretratezza del settore dei servizi,

d) la scarsa attenzione alla qualità della produzione,

e)  la scarsa preparazione professionale della forza lavoro,

f)   l’inefficienza allocativa dei mercati,

g) la mancanza di trasparenza e di informazione,

h) la priorità assegnata al potere rispetto al profitto

i)    la scarsa preparazione culturale che caratterizza l’ambiente socio-economico,

j)   il ruolo svolto dai professionisti, nuove figure di scrivani, nell’era dell’ITC, e di intermediari,  nei difficili rapporti con le amministrazioni pubbliche.   

 

4. Uno schema semplificato

La descrizione delle diverse tipologie e fonti della Eno può essere utile ricorrere ad uno schema semplificato che colleghi Eno ed evasione fiscale, poiché il dibattito sull’economia sommersa è largamente centrato sull’evasione fiscale e contributiva.
 

tab. 1  Confronti fra Statistica e Fisco

 





























 

Ic

Inc

totale

Eo

A

B

tEo

Eno1

C

D1

tEno1

Eno2

 

D2

tEno2

totale

tIc

tInc

 

 


 

Ic: sono operatori ( imprese, lavoratori, famiglie, ecc.) che rispettano gli obblighi fiscali ossia gli operatori corretti

Inc: sono operatori che non rispettano gli obblighi fiscali, ossia gli operatori non corretti. Spetta all’Agenzia delle entrate il compito di verificare la correttezza del comportamento fiscale degli operatori ossia l’imponibile.
Eo ed Eno sono rispettivamente l’economia osservata e quella non osservata ma stimata in via indiretta. Spetta all’Istat il compito di migliorare la qualità della statistica curando la sua esaustività. 

In particolare, la Eno2 può essere definita l’ambito economico scelto dagli operatori per ragioni di necessità e quindi si suppone che la sua redditività sarebbe submarginale qualora venissero rispettati gli obblighi normativi.

Qualora lo schema si applichi al valore aggiunto delle imprese osservate (Eo), la casella “A” definisce uguaglianza fra il valore aggiunto delle imprese rilevato dall’Istat e quello delle imprese corrette (Ic) risultante dalle dichiarazioni ricevute dall’Agenzia tenuto conto delle diverse definizioni adottate dalle due amministrazioni.

La casella “B” rappresenta la parte del sistema osservato da Istat ma non interamente dall’Agenzia, dalla differenza fra i due valori aggiunti discende l’imponibile evaso, raramente totale.

La casella “C”, quantitativamente modesta, è la parte di valore aggiunto nota all’Agenzia ma ignota all’Istat, ossia si tratta del sommerso statistico dovuto a comportamenti consapevolmente non collaborativi da parte dei rispondenti alle indagini statistiche e questo può essere una reazione ad un’eccessiva molestia statistica da parte di troppi centri di ricerca e di amministrazioni che inviano questionari da compilare specie alle imprese medie e grandi. 

La casella “D” è l’economia ignota all’Istat e all’Agenzia e che l’Istat stima mediante metodi indiretti e che l’Agenzia cerca di scoprire incrociando le basi dati a disposizione del Fisco e compiendo accertamenti e ispezioni sul campo.
 

Lo schema suggerito dimostra che il valore aggiunto della Eno è formato da tre elementi:

                                        vaEno = vaC + vaD1 + vaD2       

dove:

·        vaC è il valore aggiunto del sommerso statistico (relativamente modesto)

·        vaD1 è il valore aggiunto sottodichiarato sia ad Istat e sia ad Agenzia e che Istat stima per comparazione fra imprese di analogo settore e dimensione

·        vaD2 è il valore aggiunto di quella parte dell’economia che non risponde ai questionari e non si dichiara all’Agenzia e che opera ai margini del mercato ufficiale.

L’imponibile sottodichiarato se confrontato con il valore aggiunto, lo troviamo in B, in D1 ed in D2.

 In D1   abbiamo le imprese che inviano dichiarazioni infedeli sia ad Istat e sia all’Agenzia da parte di operatori noti e obbligati a rispondere alle indagini statistiche e a versare le imposte dovute. D2 , invece, raccoglie le difficoltà di entrambe le amministrazioni nell’individuazione dei soggetti,  con la differenza che Istat può stimare questa componente, adottando tecniche statistiche, senza necessariamente identificare la persona fisica oppure giuridica, mentre il Fisco, può anch’esso stimare l’imponibile ma per recuperare il gettito evaso non può prescindere dall’identificazione del contribuente e sovente deve attendere la fine  di una lite giudiziaria.
 

Se applichiamo lo schema precedente al sommerso da lavoro le difficoltà sono maggiori anche se le fonti di informazione sono molteplici poiché oltre alle dichiarazioni delle imprese e alle dichiarazioni fiscali e previdenziali, si dispone delle indagini sulle forze lavoro e delle rilevazioni del ministero del Lavoro.
 

Il fenomeno, anche in questo caso si concentra nella casella D dove, però, occorre distinguere fra: a) i lavoratori che fanno un secondo lavoro inclusi quelli in Cassa integrazione guadagni (CIG) ed i prepensionati; b) quelli che scelgono il sommerso per non pagare le imposte; c) quelli, infine, che non scelgono perché trovano un lavoro solo nel sommerso

Questa analisi giustificherebbe l’accusa rivolta ai lavoratori dipendenti di essere anch’essi evasori totali o parziali ma il modello suggerisce di separare le diverse situazioni perché non sempre il lavoratore contribuente è libero di scegliere il suo comportamento.

Molto difficile si presenta la stima della quantità di lavoro fornita dai lavoratori autonomi, ossia lavoratori che forniscono un servizio al di fuori di uno schema imprenditoriale e ottengono un reddito per i servizi prestati che, nel caso di servizi alle imprese, entrano come costi delle imprese spesso anch’esse del sommerso. Questa tipologia di attività si coniuga con le tre tipologie di lavoro viste in precedenza ma si caratterizza, almeno in teoria, per una professionalità adeguata al servizio fornito.

 

5. Pochi dati statistici per descrivere l’economi sommersa

Una stima dell’entità della Eno che l’Istat include nei conti nazionali ci mostra che nell’arco di dieci anni la percentuale del sommerso sul valore aggiunto è nell’ordine del 15 – 17% con lievi oscillazioni congiunturali.

Pertanto, la spiegazione dell’economia sommersa e soprattutto della sua dinamica, non può limitarsi ad una superficiale ricerca dell’evasione fiscale e parafiscale ed alla constatazione che i condoni sono stati inefficaci ai fini dell’emersione, ma deve spingersi ad indagare gli aspetti tecnologici, le responsabilità delle istituzioni, il comportamento della domanda, e in generale di  tutti gli operatori, pubblici e privati.

Le stime della distribuzione regionale dell'evasione fiscale mostrano una percentuale maggiore per il Sud (e questo conferma i dati sul sommerso), ma non chiariscono se la relazione che è stata suggerita fra economia sommersa ed evasione fiscale trovi un riscontro nelle indagini presso le imprese. Si conferma, perciò, che la casella B dello schema illustrato (tab. 1) presenta valori non trascurabili nel numero delle imprese e nel divario fra le dichiarazioni del valore aggiunto pervenute ai due enti. Ossia, mentre si può accettare l’ipotesi che la Eno sia formata in larga parte da imprese che evadono, è però inaccettabile l’ipotesi che l’evasione spieghi interamente la diffusione della Eno.
 

A livello settoriale ritroviamo una graduatoria per l’evasione IRAP analoga a quella osservata per l’economia sommersa, con percentuali di oltre il 60 % per l’agricoltura, dell’8 -9 % per l’industria in senso stretto, intorno al 20% per le costruzioni e di oltre del 50 % per i servizi con punte di oltre il 100% per i pubblici esercizi e per gli altri servizi pubblici, sociali e personali.
 

Un’ulteriore verifica della scarsa capacità euristica del modello semplicistico d’interazione sommerso - evasione è fornita da uno studio sul condono IVA del 2003 - 2004. Risulta da questo studio che le imprese che hanno aderito al condono sono circa il 18% delle partite Iva e ne hanno usufruito in termini relativamente maggiori sia come numero e sia come importo proprio le imprese di capitale (37% degli aderenti al condono). Hanno aderito, in particolare, le imprese medie e grandi ( 72%) e hanno fornito oltre un quarto del gettito, mentre le imprese individuali hanno aderito in numero e con valori percentualmente modesti.
 

 Una prima esplorazione a livello regionale, mediante strumenti econometrici, quantifica la relazione fra evasione e valore aggiunto e dall’altro e identifica quali variabili possano spiegare la maggiore evasione correlata all’economia sommersa. Un primo risultato mostra che in media  il coefficiente dell’evasione è pari a 0,16 del Pil e questo conferma stime indipendenti dell’ammontare dell’evasione ma  non spiega in modo soddisfacente l’evasione.
 

Un’ulteriore prova  indica che mentre la variabile evasione rispetto al valore aggiunto ha un’elasticità di 0,8  - ossia un aumento dell’1% del valore aggiunto incrementa l’evasione dello 0,8 % - se si tiene conto della quota del valore aggiunto irregolare sul totale valore aggiunto regionale, l’elasticità complessiva sale a 0,93 per il valore aggiunto ed il contributo fornito dal differenziale regionale nel Vairr ha un’elasticità di 1,27, ossia la quota evasa rispetto al valore aggiunto è costante a livello regionale ma aumenta con l’incremento del tasso di irregolarità e diminuisce con la diffusione delle ICT e con la maggiore dotazione di infrastrutture. Nel complesso ulteriori  stime econometriche sono concordi nel segnalare la specificità del sommerso nelle regioni meridionali (Pil procapite, dotazioni di infrastrutture, diffusione dell’ICT,  ecc.) ed anche che un aumento della produttività del lavoro nel complesso farebbe aumentare anche la produttività nell’economia sommersa. Questo risultato conferma la stretta interazione fra economia regolare ed irregolare, come è implicitamente previsto da qualsiasi schema di analisi economica.

 

6.  Dubbi strategici e incertezze politiche

Per stabilire se sia utile, fattibile e controllabile una politica che favorisca la riduzione del peso dell’economia sommersa è indispensabile seguire uno schema analogo a quello che è stato utilizzato per la sua analisi.

Si è ricordato in precedenza che l’economia sommersa è un’espressione delle difficoltà che caratterizzano un sistema economico perciò il contesto nel quale opera l’impresa deve anch’esso essere modificato se s’intende favorire l’emersione e ridurre  l’evasione. Questi segnali provenienti dal sistema economico dovrebbero indurre i policy maker ad attuare politiche per favorire l'emersione dell’impresa per ragioni di efficienza, di sviluppo e di equità e non solo per ragioni di bilancio.   

Poiché un'impresa del sommerso interagisce con altre imprese clienti e fornitrici sovente anch’esse sommerse, emergere implica non solo andare incontro a maggiori costi ma anche rinunciare, in tutto o in parte al mercato attuale e spostarsi su un nuovo mercato, forse più efficiente, ma anche più difficile, almeno inizialmente. Per favorire questa decisione è indispensabile rendere meno conveniente la scelta dell’opacità e dell’evasione e questa politica interseca l’obiettivo dell’aumento dimensionale delle imprese specialmente nei settori strategici dei servizi. Per avere dei vantaggi dall’emersione, l’imprenditore di questi settori sa che è necessaria manodopera qualificata, la reingegnerizzazione dei processi produttivi ed amministrativi e una presenza non episodica sui mercati nazionali ed internazionali.
 

I dubbi dell’imprenditore sui benefici dell’emersione si confrontano con i relativi costi che potenzialmente gravano: a) sulle imprese interessate poiché nel breve periodo aumentano i costi di produzione e si riduce il reddito disponibile, b) sui lavoratori che rischiano di perdere il lavoro oppure di vedersi ridurre il reddito disponibile, c) sui consumatori che pagano prezzi più elevati, anche se per prodotti migliori, e sopportano costi di transazione più elevati.

Gli effetti positivi dell'emersione e dell’accresciuta dimensione media aziendale sul gettito fiscale non sono definibili a priori poiché se da un lato l'aumento della base imponibile di solito non modifica l’aliquota legale, dall’altro può fare venire meno parte dell’occupazione irregolare che in ogni caso percepisce un reddito e alimenta il circuito dei consumi privati e stempera la pressione sociale.

Questa analisi costi - benefici nel breve periodo porta a risultati dubbi mentre nel medio periodo i risultati sono chiari a favore dell’emersione sia a livello microeconomico e sia a livello macroeconomico se s’intendono limitare le crisi aziendali e la stagnazione.

I dubbi sono, quindi giustificati, e l’insuccesso delle recenti politiche per l’emersione dimostra che il modello economico di riferimento era insufficiente. Se la soluzione del problema andasse trovata nell’ambito dei rapporti con il fisco e con gli enti previdenziali, il riferimento sarebbero le imprese note che compilano in modo non corretto sia i moduli Istat e sia le dichiarazioni fiscali e parafiscali ma che, di fatto, sono efficienti ed in grado di reggere la concorrenza. L’evasione rientra nei comportamenti che massimizzano il profitto di breve periodo; se, però, il sommerso non è dovuto solo a fattori fiscali, gli incentivi e disincentivi fiscali non modificano le scelte degli imprenditori e dei lavoratori ed anche le politiche per la tutela del lavoratore non scalfiscono  l’implicita e forzata alleanza fra imprenditore e lavoratore dovuta all’eccesso di offerta nel mercato del lavoro e alla scarsa competitività dell’impresa . 

Dell’emersione degli irregolari indipendenti non si sente mai parlare ed in compenso è nota la loro riluttanza al pagamento delle imposte mentre hanno interesse a figurare in albi pubblici per giustificare l’onerosità delle parcelle che emettono. Le imprese manifatturiere e quelle terziarie potranno continuare a sopravvivere nell’economia sommersa grazie all’evasione fiscale e parafiscale ma la sopravvivenza delle imprese manifatturiere sarà sempre più difficile a causa della concorrenza estera e l’aiuto di professionisti per evadere il fisco, di fatto, è una forma di protezione del piccolo mercato locale ma sempre meno efficace in un mercato aperto.

Se l’unica motivazione del sommerso è l’evasione, allora la soluzione è politica e tecnologica e coinvolge sia la Eno e sia le imprese regolari che evadono il Fisco. Il problema può essere risolto dall’Agenzia delle entrate e dagli enti previdenziali incrociando le numerose banche dati del settore pubblico e utilizzando in modo consapevole e sofisticato le tecnologie per individuare gli evasori con la ovvia conseguenza di costringere l’impresa e/o il lavoratore, non più sommersi, a pagare le imposte, oppure ad abbandonare l’impresa e/o il lavoro.

Le grandi imprese che, in teoria, sono controllate con maggiore rigore dal fisco chiedono, e sovente ottengono, una riduzione delle aliquote o addirittura di un’imposta portando come prova la perdita di competitività dovuta all’altezza del prelievo fiscale e parafiscale ma da parte loro non intendono aumentare gli investimenti nelle innovazioni tecnologiche per accrescere la produttività dei fattori. Per coprire il buco di bilancio pubblico dovuto alla riduzione delle aliquote, i rappresentanti degli imprenditori individuano come fonte di maggiori entrate l’ingente massa di imposte e contributi evasi dalle imprese e dagli individui e suggeriscono la riduzione delle aliquote come disincentivo nei confronti dell’evasione. Quindi, maggiore è la stima dell’economia sommersa e maggiore è l’imponibile potenziale a cui fare riferimento ma senza ridurre l’evasione nell’economia osservata.  

 

7. Conclusioni

Mi auguro di avere dimostrato che erano velleitari e intrinsecamente sbagliati i tentativi operati dai governi di affidare all’ignoto (il cosiddetto sommerso) la soluzione dei problemi fiscali ed occupazionali. Era illusorio puntare sull’emersione per sanare la crisi fiscale, la perdita di competitività, gli squilibri occupazionali, ecc. poiché il sommerso è la conseguenza di queste difficoltà e non ne è la causa. Ho voluto anche richiamare l’attenzione sull’esistenza di fenomeni diversi che si associano alla Eno e soprattutto alla sua dislocazione territoriale.
 

Temo  che la conclusione sia banale ma non per questo meno impegnativa sul piano dell’analisi e delle politiche. La riduzione del peso del sommerso e la contemporanea riduzione dell’evasione fiscale e contributiva si ottengono con la crescita economica guidata dall'aumento della produttività dei fattori e con l’aumento della concorrenza dinamica specie nei servizi. La competitività e la concorrenza non riguardano solo gli scambi internazionali, come sovente si sente ripetere, ma anche i mercati locali che tendono, invece, a sottrarsi a queste esigenze di crescita competitiva e a sfruttare la loro nicchia magari nel sommerso.

Il punto centrale delle politiche parte dal riconoscimento delle  diverse tipologie di sommerso e suggerisce di  programmare le riforme solo dopo un’accurata valutazione del loro impatto sulle imprese, sui settori produttivi e almeno sulle macroaree per evitare la scappatoia del sommerso. Infine, in una visione unitaria del  sistema politico, economico e sociale, il decentramento istituzionale non deve favorire una passiva coesistenza di diverse realtà economiche e sociali e consentire  al Nord ( economico e non geografico) di disinteressarsi delle aree arretrate. Del resto anche di questa illusione sono pieni i dibattiti sulla questione meridionale e sulla questione settentrionale che riemerge quando si sollecitano molteplici interventi urgenti in occasione delle ricorrenti crisi industriali.
 

Dall’analisi emerge chiaramente, mi auguro, che la significativa dimensione del sommerso al Sud presenta caratteri e modalità specifiche che ripropongono la domanda, sinora senza risposta, se il sommerso sia il problema del Sud perché ne impedisce la crescita, oppure se ne sia la conseguenza.

Non è pensabile realizzare infrastrutture e creare esternalità senza che le amministrazioni pubbliche e le  imprese operino coerentemente con l’obiettivo della crescita, ma con una chiara separazione dei compiti e delle responsabilità. Rientra in questo connubio forzato fra Stato e Mercato anche la soluzione del vero problema del Sud, ossia l’economia criminale – legale; il Mercato, ossia l’impresa privata da sola   non può avere successo nel limitare l’estensione dell’economia legale-criminale così prossima all’economia sommersa mentre la repressione esercitata dallo Stato non ha effetti duraturi ed il suo costo non rappresenta un investimento in mancanza di una partecipazione attiva delle imprese e dei cittadini.
 

In conclusione, spero di essere stato convincente quando ho affermato che un’opportuna miscela di vecchi concetti e teorie e di nuovi modelli e politiche, aiuta a capire i problemi e ad individuare una strategia di crescita basata sulla soluzione di alcuni problemi strutturali, evitando gli errori più grossolani del passato.
Guido Rey