L'Allargamento e i dilemmi del modello sociale europeo

Si sente spesso dire che l'allargamento a est, con il "dumping" sociale ed economico che ne conseguirebbe, rappresenta una minaccia per il welfare dei paesi dell'Unione.
Qui dobbiamo chiarire due punti importanti:
1) Non è l'allargamento che pone una sfida all'Europa occidentale, in quanto l'apertura è cominciata da molto tempo, cioè dalla caduta del Muro di Berlino. E' da allora che beni e capitali si muovono senza restrizioni e le frontiere sono meno efficaci, anche per l'immigrazione clandestina. Di conseguenza, i processi che potevano essere negativi per l'Europa occidentale hanno avuto inizio già 14 anni fa.
2) L'allargamento, quindi, potrebbe essere molto meglio considerato una prova per integrare una parte di Europa che è meno sviluppata (fra le altre tante cose) con l'obiettivo di mettere sotto controllo "le forze distruttive" della competizione (questo non è un punto secondario, per comparare l'impatto del trattato del NAFTA). L'integrazione dell'Europa centro-orientale sulla base di valori economici e sociali condivisi - l'acquis communautaire, l'European Social Charter (La Carta Sociale Europea allegata al Trattato di Mastricht) e, speriamo presto, la Costituzione Europea - ci porta ad una prospettiva vincente per tutti, e potrebbe rendere l'Europa allargata più competitiva sulla scena globale, sottolineando che la vera sfida viene dalla globalizzazione. Per dirla in breve, non è la Polonia o gli altri paesi che minacciano il modello sociale Europeo ma, per esempio, la Cina o gli Stati Uniti.
Salari e standard di welfare
E importante constatare che le condizioni salariali nei paesi dell'est sono molto di sotto a quelle dei 15 paesi membri, ma sono comunque più basse anche dei livelli che ci si potrebbe aspettare se messi in correlazione con la performance economica; per esempio i livelli di produttività. Qui vorrei soffermarmi su un punto peculiare del carattere della transizione:
I sindacalisti, giustamente, si meravigliano e si chiedono com'è possibile che i salari fossero, nel corso degli anni 90, così indietro rispetto allo sviluppo della produttività (che era spettacolare). Il punto è che la modernizzazione è stata sopratutto finanziata dalle risorse interne, poiché risorse esterne tipo un "Marshall aid" o un trasferimento da ovest ad est come avvenne in Germania, non erano disponibili. Gli investimenti esteri, la maggiore fonte delle risorse per il rinnovamento tecnologico (si vedano i flussi della bilancia dei pagamenti) potevano, nella larga maggioranza dei paesi, appena bilanciare il servizio del debito. Allora la modernizzazione fu in larga parte finanziata a detrimento del welfare. Per metterla in un altro modo: il deficit della modernizzazione iniziale fu convertito in un deficit "sociale". Adesso le critiche sono rivolte ai livelli eccessivi di deficit pubblici di questi paesi (dal 5 al 8%), che minaccia un'adesione veloce all'euro (Andor, 2003).
Se la crescita economica poteva parzialmente consentire una consolidamento del sistema del welfare, oggi è l'adesione alla UE, o più precisamente ai criteri del Trattato di Maastricht, che minaccia questa prospettiva. Ci sono stati tagli pesanti della spesa pubblica, per adempiere ai criteri di Maastricht nei due anni che hanno preceduto l'entrata nell'UEM. Si deve anche aggiungere che, a causa della globalizzazione, questi paesi sono molto più esposti alle pressioni dei mercati finanziari internazionali e alle speculazioni sulla moneta, rispetto ai 15 stati membri, quindi le pressioni sulla spesa pubblica non vengono dagli istituti di Bretton Woods, ma dagli attori del mercato finanziario globale.
Scambi commerciali, ristrutturazione e comptetitività
Non è una sorpresa che i paesi candidati abbiano avuto molto successo nell'incrementare la loro performance nell'export che complessivamente (espressa in US$) è cresciuta di dieci volte dal 1990 al 2001 (Boillot, 2003). Questo indubbiamente crea un'alta pressione sulla concorrenza. Quando si osserva la struttura dei beni che esportano verso i paesi dell'UE, si può notare infatti un sostanziale miglioramento qualitativo dei loro prodotti.
Il ruolo dell'industria ad alta intensità di manodopera è diminuito, mentre è cresciuta l'industria a forte tecnologia e ad alta specializzazione. Nel caso dell'Ungheria, la percentuale dell'industria tecnologicamente avanzata che esporta verso l'EU 15 è passata dal 20% nel 1995 al 50% nel 2001, mentre l'industria ad alta densità di occupazione è scesa dal 20 al 10% (Commissione Europea, 2003). Si può dire che Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e sopratutto Ungheria si concentrano meno nell' industria manifatturiera, per quanto riguarda il loro export alla UE, di Grecia e il Portogallo. L'export nella UE dei beni ungheresi prodotti in industrie ad alta densità di occupazione è comparabile a quello di Austria, Danimarca e Italia. Tutti questi dati dimostrano che la mappa industriale e degli investimenti in Europa sta fortemente cambiando.
A partire dalla seconda metà degli anni 90 siamo testimoni di un processo spesso definito come " la seconda ondata di cambi strutturali" in alcuni dei paesi candidati. Il profilo degli investimenti esteri si è gradualmente spostato dall'industria manifatturiera, con produzioni di scala e assemblaggio con un basso valore aggiunto, verso l'industria d'alta qualità e alto valore aggiunto che richiede specializzazione e conoscenza. Contemporaneamente, le produzioni basate sui bassi salari hanno cominciato a muoversi più ad est, sopratutto in Cina.
E' quindi chiaro che il futuro dei paesi candidati non può a lungo fare affidamento sul vantaggio comparativo dei bassi salari. Un alto valore aggiunto, invece di un puro lavoro d'assemblaggio, è richiesto per avere la possibilità di integrarsi ad un livello più alto della competizione industriale Europea.
Si deve anche chiaramente constatare, che le multinazionali dettano il ritmo della competizione. Anche se la produttività di certi settori dei paesi candidati fosse comparabile ai livelli raggiunti dai paesi membri dell'UE, le multinazionali in ogni caso aggiustano le loro politiche salariali alle condizioni locali per ottimizzare i loro costi.
Per illustrare questo principio, ecco un esempio concreto relativo al settore automobilistico, dove la produttività è a livelli comparabili. Il costo del lavoro per ogni ora è il seguente:
CZ SK HU PL DE USA JAP F ES IT
6.1 5.4 7.8 7 33.1 27.4 28.6 22.7 17.8 15.4
Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung, 29.Jan. 2004. for the Western countries, VAG Group for CEE Nota: i dati dei paesi del centro-Europa si riferiscono al gruppo Volkswagen
Le multinazionali usano anche le differenze interne tra i paesi candidati.(...). Per esempio: se nella Repubblica Ceca e in Ungheria le riserve di lavoro si riducono, le multinazionali devono competere per assumere lavoratori specializzati che provengono da altre aziende o cercare condizioni più favorevoli, in parte dovute ad una disoccupazione più alta, in Polonia o Slovacchia,. Il salario più basso di circa il 30%, e la rapidità del governo Slovacco nell'offrire condizioni generose per le multinazionali appena arrivate, offre a queste ultime altre "opportunità". Questo è anche largamente dovuto al ritardo accumulato dalla Slovacchia nei processi di ristrutturazione, a seguito della situazione politica precedente. Ma adesso la Slovacchia sta agganciando gli altri tre paesi "Visegraad" nell'attirare un alto volume di investimenti esteri. Si spera che quest'ultimo fatto, insieme all'ingresso nell'Unione, avrà un impatto positivo sui livelli salariali, dopodiché le multinazionali non avranno scelta e dovranno pagare salari coerenti con i livelli di produttività.
Una cooperazione tra gli attori sociali dei paesi candidati che si trovano oggi ad un livello più alto sarà un imperativo per le parti sociali nel prossimo futuro. Fino ad oggi, tutti gli occhi erano puntati su Bruxelles, ignorando i contatti con i vicini. E' un segnale positivo che i sindacati metalmeccanici di Baviera, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria abbiano firmato un Memorandum di cooperazione a Vienna.
Le relazioni industriali e le sfide dei sindacati nei paesi candidati
Uno dei pilastri del modello sociale europeo è che gli attori sociali siano in una posizione forte. Non è il caso dei paesi candidati: sappiamo da molti studi fatti che lì i sindacati soffrono di uno scarso livello di legittimazione. Nei paesi candidati non si è infatti sviluppato in modo organico un sistema di relazioni industriali, e ci vorrà un tempo considerevole prima che le "strutture importate" si radichino nell'ambiente socio-economico locale.
Se si cerca di fare un quadro della situazione in modo descrittivo, si vede che gli ostacoli più grandi ad un vero ed efficace sistema di relazioni industriali sono i seguenti:
1. Debolezza dei sindacati a causa di:
- problemi di legittimazione
- conflitti provenienti dal pluralismo sindacale
- quadri sindacali in diminuzione
- mancanza di nuove strategie per affermare il sindacato nel settore delle piccole e medie imprese e nei servizi
- un approccio politico aggressivo, che è comunque controproduttivo al livello nazionale e nel lungo periodo.
2. un quadro frammentario delle organizzazioni confindustriali che spesso sono esplicitamente contrarie al dialogo sociale
3. una visione distorta del dialogo sociale per quanto riguarda il livello nazionale e strutture di categoria deboli
4. Doppio livello di relazioni industriali che non si sono sviluppate in un modo organico
5. Lotte in merito tra i sindacati e consigli di lavoro al livello d'azienda
Le differenze basilari del un sistema di relazioni industriali nei paesi candidati, in confronto con quelli dell'Europa occidentale, hanno origine nel fatto che il loro sviluppo non è stato il risultato di un cambiamento organico, ma di un processo messo in campo ad-hoc, sotto una pressione constante, ed in larga parte in maniera dirigistica. Il sistema continua ad essere scosso da un cambiamento profondo, ma ci vuole tempo per sviluppare un sistema completamente integrato nel tessuto socio-economico.
Questo approccio dirigistico è evidente sia nella dimensione dei rapporti tra UE e singoli stati che al livello nazionale. Per esempio nella contrattazione dei governi con gli attori sociali. E' anche vero che la transizione è stata un periodo particolare per le relazioni industriali, dove gli attori sociali, specialmente i sindacati, hanno dovuto abbandonare il loro ruolo tradizionale di "rappresentanti di interessi" e divenire attori e generatori del processo di modernizzazione e ristrutturazione. Questo ruolo appare in fondamentale contrasto con i valori tradizionali di rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro. In questo contesto, la transizione ha messo, e mette ancora oggi, le relazioni industriali in un "stato di emergenza".
Solo sindacati che godono di fiducia e autonomia possono propriamente funzionare e conquistare legittimità. Si deve infine comprendere quale danno il sistema comunista abbia prodotto per qualsiasi forma di associazionismo.
I sindacati hanno bisogno di competenza e di operatori qualificati come rappresentanti, per essere accettati come partner credibili dai manager e datori di lavoro e dagli stessi associati. Dovrebbero sviluppare strategie ed iniziative che non siano solo di difesa ma anche di attacco. La tradizionale politica sindacale incline a difendere valori e strutture superati non potrà avere successo. Se i sindacati sapranno formulare rivendicazioni che corrispondono alla sostenibilità e alle nuove sfide, saranno considerati una vera controparte, una controparte con intenzioni serie.
Per quanto riguarda la contrattazione, si sa che nei paesi candidati i sindacati di categoria sono l'anello più debole. Il centro della contrattazione rimane ancora l'azienda visto che strutture di categoria in grado di sottoscrivere accordi ancora non esistono.

Bela Galgoczi