L'occupazione femminile nei paesi dell'allargamento

Il processo di transizione da un'economia centralizzata e pianificata ad un'economia di mercato ha comportato una progressiva caduta dell'occupazione.

I dati degli ultimi anni ci confermano questo trend negativo con poche eccezioni. Per quanto riguarda l'occupazione totale, solo l'Ungheria (+ 2,9%), presenta un trend positivo e ininterrotto a partire dal 1998 in linea con l'EU15. Gli altri paesi o continuano nel calo in modo più o meno pesante (Repubblica Ceca - 2.6%, Polonia - 7.8%, Romania - 6.6%, Estonia - 1.7%), oppure scendono (dati 2000) e poi riprendono lentamente a crescere negli anni successivi (Lettonia, Lituania). Nel 2003 l'occupazione totale è in tutti i paesi in questione più bassa della media dei Quindici, con la sola eccezione della Repubblica Ceca.
Tab. 1 - Tassi di occupazione: totale e M/F 1998-2003
  1998 2000 2003
  T M F T M F T M F
Polonia 59.0 66.5 51.7 55.0 61.2 48.9 51.2 56.5 46.0
Ungheria 53.7 60.5 47.2 56.3 63.1 49.7 57.0 63.5 50.9
Rep. Ceca 67.3 76.0 58.7 65.0 73.2 56.9 64.7 73.1 56.3
Slovacchia - 67.8 53.5 56.8 62.2 51.5 57.7 63.3 52.2
Slovenia 62.9 67.2 58.6 62.8 67.2 58.4 62.0 67.0 57.0
Estonia 64.6 69.6 60.3 60.4 64.3 56.9 62.9 67.2 59.0
Lettonia 59.9 65.1 55.1 57.5 61.5 53.8 61.8 66.1 57.9
Lituania 63.2 67.8 58.9 59.3 60.9 57.9 61.1 64.0 58.4
Romania 64.2 70.4 58.2 63.0 68.6 57.5 57.6 63.8 51.5
Bulgaria - - - 50.4 54.7 46.3 52.5 56.0 49.0
EU15 61.4 71.2 51.6 63 .4 72.8 54.1 64.3 72.5 56.0
Italia 52.0 66.8 37.3 53.7 68.0 39.6 56.1 69.6 42.7
Fonte: Eurostat, 2004
Per quanto riguarda l'occupazione femminile è interessante evidenziare che nel periodo 1998-03 la forbisce tra tassi maschili e tassi femminili diminuisce ovunque (salvo che in Slovenia). Questo significa che all'interno dell'andamento negativo dell'occupazione totale, quella femminile diminuisce ma dà segni di ripresa, rispetto a quella maschile, dopo la grave crisi del decennio e vedremo più avanti con quali dinamiche e contraddizioni nei tre paesi più importanti. Alla fine del periodo esaminato (2003) in cinque dei dieci paesi dell'Europa centro-orientale, l'occupazione femminile risulta superiore alla media EU15, mentre tutti si collocano, con uno scarto notevole, al di sopra del tasso di occupazione femminile in Italia.
Abbiamo inserito i dati dell'Italia per capire in che ordine di grandezze ci stiamo muovendo: il dato dell'occupazione totale 2003 dell'Italia è uno dei più bassi, più alto solo di Polonia e Bulgaria, l'Italia è l'unico paese della tabella che presenta uno scarto tra uomini e donne superiore al 20% (la diminuzione della forbice dal '98 al 2003 è solo del 2.6%) e il dato dell'occupazione femminile in Italia è il più basso di tutti i 25 paesi dell'Unione allargata.
Al di là dei divari nei livelli di occupazione, le differenze più importanti si segnalano dal punto di vista della composizione settoriale del lavoro. I dati sulla distribuzione dell'occupazione femminile per settori ci consentono alcune prime generali considerazioni sulla dislocazione del lavoro delle donne nei paesi entrati e candidati (tab.2).
E' quasi ovunque alta la percentuale del lavoro femminile nei servizi (pubblica amministrazione, sanità e scuola in particolare) rispetto all'occupazione totale, tra il minimo della Slovenia (61,7%) e il massimo della Lettonia (73%), confermando una tendenza comune a tutti i paesi della UE. Fa eccezione la Romania dove l'agricoltura continua ad essere l'attività prevalente, mentre molto bassa (35,5%) è la percentuale di occupate nei servizi.
Resta alta, con Romania e Polonia in testa, anche se con una progressiva tendenza alla riduzione, la presenza del lavoro delle donne nelle campagne. Questa differenza strutturale rispetto ai Quindici pone molti problemi: si tratta di lavoro femminile spesso dequalificato e a bassi salari in un settore, l'agricoltura, che sta subendo profondi e pesantissimi processi di riorganizzazione e di ristrutturazione. Si pone, per esempio in Polonia in termini massicci, il problema della mobilità del lavoro verso il settore industriale e verso i servizi. Ma per quanto concerne il primo, il comparto manifatturiero è a sua volta in fase di ristrutturazione, per cui il sostegno all'occupazione dovrà provenire dai servizi alle imprese e alle persone.
Per l'industria va precisato che le percentuali di lavoro femminile relativamente alte possono significare anche una certa arretratezza del sistema produttivo, e cioè più donne sono occupate nell'industria, più il settore è in ritardo nei processi di ristrutturazione e di privatizzazione delle imprese, che hanno ovunque comportato una drastica riduzione dell'occupazione in generale a partire in primo luogo da quella femminile.
Sulla composizione interna dell'occupazione agricola va ricordato che si tratta di braccianti ma anche certamente di lavoro autonomo, di donne che lavorano la terra con la famiglia (family workers) e non va dimenticata l'alta quota di lavoro nero, informale e non dichiarato che caratterizza il settore agricolo (ma anche i servizi) in questi paesi. L'occupazione agricola femminile è di solito caratterizzata da bassa scolarizzazione e quindi bassa qualificazione, età avanzata e alti livelli di povertà ed esclusione, e l'arretratezza delle zone rurali è una delle questioni più gravi dei sistemi economici di questi paesi
Tab. 2 - Distribuzione dell'occupazione femminile per settori (%) 2002
  Agricoltura Industria Servizi
Polonia 19.0 17.3 63.7
Ungheria 3.6 24.5 71.9
Rep. Ceca 3.4 27.8 68.7
Slovacchia 4.3 26.2 69.5
Slovenia 9.7 28.7 61.7
Estonia 4.3 23.1 72.7
Lettonia 11.5 15.5 73.0
Lituania 14.9 19.6 65.5
Romania 40.1 24.4 35.5
Bulgaria 8.1 28.8 63.0
EU 15 4.0 28.2 67.8
Fonte: Eurostat, 2002
Si può affermare dunque che l'occupazione femminile in generale diminuisce e diminuendo, pur mantenendosi sempre intorno ai livelli europei, si allontana dall'agricoltura e dall'industria e si sposta progressivamente sempre più nel settore dei servizi che si conferma come il settore produttivo in espansione nelle economie in trasformazione di questi paesi (banche, assicurazioni, pubblica amministrazione).
Tab. 3 - Tassi di disoccupazione: totale e M/F 1998-2003
  1998 2000 2003
  T M F T M F T M F
Polonia 10.2 8.5 12.2 16.4 14.6 18.6 19.2 18.6 20.0
Ungheria 8.4 9.0 7.8 6.3 6.8 5.6 5.8 6.0 5.5
Rep. Ceca 6.4 5.0 8.1 8.7 7.3 10.4 7.8 6.1 9.8
Slovacchia -- --- --- 18.7 18.9 18.5 17.1 16.8 17.4
Slovenia 7.4 7.3 7.5 6.6 6.4 6.8 6.5 6.1 7.1
Estonia 9.2 9.9 8.3 12.5 13.4 11.5 10.1 10.2 10.0
Lettonia 14.3 15.1 13.6 13.7 14.4 12.9 10.5 10.3 10.7
Lituania 11.8 13.1 10.4 15.7 17.9 13.4 12.7 12.1 13.3
Romania 5,4 5.5 5.3 6.8 7.2 6.3 6.6 6.9 6.2
Bulgaria -- --- --- 16.4 16.7 16.2 13.6 13.9 13.4
EU15 9.4 8.2 11.1 7.8 6.7 9.2 8.0 7.2 8.9
Italia 11.7 9.0 16.1 9 8.0 14.3 8.6 6.7 11.6
Fonte: Eurostat, maggio 2004
Per quanto riguarda l'andamento nel quinquennio della disoccupazione , tutti i paesi dell'ex blocco comunista, salvo la Polonia e la Lettonia, presentavano nel 1998 un tasso di disoccupazione femminile che si collocava al di sotto di quello della media EU15 (11.1%). Nel 2003 la disoccupazione femminile presenta i livelli più alti in Slovacchia (17.4) e in Polonia (20%). In generale, tutti presentano un tasso di disoccupazione superiore alla media dei Quindici, solo Ungheria, Slovenia e Romania hanno un tasso di disoccupazione inferiore alla media EU15 (8.9%). Il basso tasso della Romania riflette certamente una struttura produttiva arretrata e per questo una forte capacità dell'agricoltura di assorbire disoccupazione anche con lavori stagionali o temporanei. In alcuni paesi il tasso diminuisce costantemente (Ungheria e Lettonia) in linea con i dati EU15, in altri (Repubblica Ceca, Estonia, Romania) cresce fino al 2000 e poi riprende a scendere. In Slovenia il tasso scende fino al 2000 e poi torna a salire.
In conclusione si può osservare che nel corso del quinquennio, la disoccupazione femminile aumenta in cinque paesi in sintonia con l'aumento della disoccupazione totale (Polonia, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania e Romania). Diminuisce in Ungheria, Slovenia, Lettonia, Slovacchia e Bulgaria. Nel confronto con l'Italia il tasso di disoccupazione femminile risulta più basso in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, Lettonia e Romania. Il caso della Polonia merita una particolare attenzione per l'importanza di questo paese tra i paesi entrati e per l'entità dell'aumento della disoccupazione femminile in 5 anni: +7.8% (inferiore comunque all'aumento della disoccupazione maschile:+10.1%).
grafico sulla disoccupazione nei paesi dell'ex blocco comunista
Fonte: Eurostat, 2003
Per quanto riguarda la disoccupazione di lunga durata (+ di 12 mesi), il grafico indica che quella maschile è molto più alta in Slovenia e nei tre paesi baltici, mentre negli altri paesi le donne superano gli uomini, come accade nella UE15, e in Polonia di più di 10 punti. Le percentuali sono ovunque tutte più alte della media UE15, a conferma delle difficoltà incontrate soprattutto dalle donne di questi paesi a rientrare nel mercato del lavoro, una volta perso il posto a seguito dei processi di ristrutturazione in corso.
Ma i dati generali, che nelle tabelle mettono a confronto paesi molto diversi per storia, tradizioni, livelli di crescita e condizioni di vita, possono solo fornire l'indicazione di una tendenza quantitativa e non consentono una lettura ravvicinata dei processi in corso e dei cambiamenti in atto nella qualità dell'occupazione femminile e nella sua composizione interna (classi di età, tasso di scolarizzazione, modalità della prestazione, differenze regionali, carichi familiari, gap salariale). Per un esame ravvicinato di questi aspetti, analizzeremo di seguito la situazione dei tre maggiori paesi fra quelli di nuova adesione. Con la consapevolezza che la condizione femminile dipende anche dai servizi sociali (nidi, asili, strutture sanitarie) e dalle condizioni generali di welfare nelle sue forme di sostegno alla maternità e alla famiglia.
Lavoro e occupazione femminile in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca
Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca rappresentano insieme circa l'80%% della popolazione e il 66% del territorio dei paesi entrati nella UE. In particolare, Ungheria e Repubblica Ceca all'interno del blocco comunista, presentavano i livelli di industrializzazione più avanzati con un'industria manifatturiera (metalmeccanica, in particolare) che, per quei tempi, aveva alti tassi di specializzazione. Sono quindi, insieme alla Polonia, paesi decisivi per cercare di capire cosa è successo e sta succedendo sul versante dell'occupazione femminile a seguito del processo di transizione e degli sforzi compiuti per raggiungere l'obiettivo dell'ingresso nell'Unione.
Qualche dato in premessa sulla situazione generale oggi. I tre paesi presentano ritmi di crescita diversi. La Polonia è nel 2003 in una fase di piena ripresa. La Repubblica Ceca e l' Ungheria fanno segnare ritmi più bassi ma presentano, dal punto di vista della composizione settoriale, un equilibrio prossimo a quello dei paesi più industrializzati.
Per quanto riguarda specificatamente il mercato del lavoro i tre paesi presentano andamenti diversi. In Polonia: il tasso di disoccupazione cresce rapidamente a partire dal 1990 fino a toccare il 20%, con il più basso tasso di occupazione (51.5%) nel 2003 di tutti i paesi entrati. Nella Repubblica Ceca la disoccupazione è nel 2003 al 7.8% mentre il tasso di occupazione è decisamente alto (65.4%). Si sono verificati contestualmente grandi spostamenti dell'occupazione tra i settori: gli attivi in agricoltura sono passati dal 12.4 al 4.8 % e nell'industria dal 45.1% al 39.6% con un forte aumento (dal 42.5 a 55.6%) nel terziario. In Ungheria il tasso di disoccupazione è il più basso (5.8% nel 2003) con una forte mobilità dai settori in crisi a quelli in ascesa e un grande aumento della produttività del lavoro, ma si registra una stagnazione della popolazione attiva e un tasso di attività del 59.7% che è al di sotto della media comunitaria, dovuto all'allontanamento dal mercato del lavoro e al forte tasso di inattività nelle frange meno giovani della popolazione ancora in età di lavoro, mentre una parte notevole della disoccupazione è composta da giovani.
Ma comuni sono gli importanti problemi strutturali del mercato del lavoro di questi tre paesi: bassa qualificazione, disoccupazione di lunga durata, stagnazione dei salari, grandi disparità regionali e alta disoccupazione nelle zone rurali. La mobilità interna del lavoro è bassa e ostacolata dal costo degli alloggi nelle zone urbane e dalla situazione assolutamente inadeguata dei trasporti.
La condizione femminile prima dell'89
Per disporre di un quadro di riferimento affidabile, abbiamo scelto una fonte credibile e qualificata, e cioè i materiali prodotti su questi temi per i tre paesi dalle organizzazioni femminili non governative. Si tratta di ricerche finanziate da UNIFEM (United Nations Development Fund for Women) e coordinate dalla Karat Coalition, un'organizzazione molto attiva e documentata, certamente molto critica verso i regimi comunisti ma anche verso i comportamenti dei propri governi sulla condizione femminile nella fase di transizione e rispetto ai negoziati per l'adesione.
Secondo queste elaborazioni le donne di questi tre paesi hanno alle spalle una storia comune, segnata dalla lunga esperienza dei regimi comunisti la cui ideologia ufficiale affermava formalmente l'emancipazione attraverso il lavoro, il valore del lavoro per tutti, uomini e donne, la partecipazione attiva della donna alla vita produttiva. Il "tasso di attività delle donne era il più alto nel mondo, così come il livello di scolarizzazione che in alcuni paesi superava quello degli uomini".
Secondo queste elaborazioni le donne di questi tre paesi hanno alle spalle una storia comune, segnata dalla lunga esperienza dei regimi comunisti la cui ideologia ufficiale affermava formalmente l'emancipazione attraverso il lavoro, il valore del lavoro per tutti, uomini e donne, la partecipazione attiva della donna alla vita produttiva. Il "tasso di attività delle donne era il più alto nel mondo, così come il livello di scolarizzazione che in alcuni paesi superava quello degli uomini".
In questo contesto lavoro e famiglia, lavoro e maternità dovevano convivere senza contraddizioni e rinunce, era compito della donna coniugare la vita produttiva e il lavoro di cura, fare figli e continuare a studiare o a lavorare, crescere i figli, assistere gli anziani, laurearsi, impegnarsi nel lavoro o fare carriera: il doppio lavoro era certamente un destino femminile che non si discuteva. Va anche detto che il lavoro di cura veniva sostenuto e favorito da un sistema diffuso di servizi: nidi, asili, strutture sanitarie, certamente discutibili dal punto di vista della qualità e dell'efficienza, ma di carattere universale. Esistevano inoltre forme di tutela e di sostegno economico alla maternità e all'infanzia. Per queste ragioni alti livelli di occupazione femminile hanno potuto convivere in questi paesi con la forte crescita demografica del baby boom degli anni 50.
Alla parità formale dichiarata nelle Costituzioni corrispondeva in sintesi una sostanziale profonda disparità. Un "femminismo di Stato" fatto di ideologia, luoghi comuni e sessismo, nel quale la consapevolezza e il protagonismo delle donne, anche nelle loro forme organizzate, non aveva alcuno spazio e l'indipendenza economica raggiunta con il lavoro doveva significare parità e tanto doveva bastare. Un'alta occupazione femminile con i vantaggi e i costi che comporta, senza pari opportunità: questo in sintesi il quadro di riferimento della condizione femminile con cui, dopo l'89, ha dovuto misurarsi il processo di transizione verso l'economia di mercato nei tre paesi.
Occupazione e tassi di attività
La combinazione dei cambiamenti dovuti al dopo '89 con le scelte di politica macroeconomica compiute nella transizione all'economia di mercato ha cambiato radicalmente la condizione delle donne. Il mercato del lavoro ha subito importanti trasformazioni: come abbiamo visto, l'occupazione femminile diminuisce e la disoccupazione cresce in Polonia. Più in generale si diffondono, con la forte spinta alla flessibilità non contrattata, la precarietà, le forme di lavoro atipico (lavoro temporaneo e contratti a termine), il lavoro informale e in genere il lavoro non tutelato. Si conferma la qualità "secondaria", marginale, del lavoro delle donne, così come si conferma per le donne che lavorano il doppio carico del lavoro produttivo e del lavoro di cura (casa, figli, anziani, malati) appesantito dal taglio dei servizi e della spesa sociale.
Polonia
Il grafico indica la continua riduzione dell'occupazione sia maschile che femminile degli anni più recenti in Polonia (1997-2003).
Se guardiamo, con i dati disponibili, alla occupazione 2001 per fasce di età il dato più basso riguarda le donne tra i 20 e i 24 anni. La classe di età predominante (63.5%) è quella centrale 25-54.
C'è una relazione stretta tra luogo di residenza e qualità dell'occupazione: la grande maggioranza delle donne delle piccole città e delle campagne svolgono lavori manuali dequalificati e sottoretribuiti; crolla il tasso di attività femminile tra le donne sopra i 45 anni (chiusure di imprese, ristrutturazioni industriali, prepensionamenti e pensioni di invalidità alla base del fenomeno) con una conseguente femminilizzazione della parte più povera della popolazione; il calo è più contenuto per le donne con un tasso di scolarizzazione più alto; nelle aree rurali la diminuzione del tasso di attività è più del doppio che nelle aree urbane.
Grafico 12 - Polonia : tasso di occupazione M/F in % (1997-2003)
grafico sull'andamento del tasso di disoccupazione maschile e femminile  in Polonia
Fonte: Eurostat, maggio 2004
Ungheria
Per quanto riguarda l'Ungheria va evidenziato un dato molto importante e indicativo, relativo al tasso di occupazione della classe d'età 15-24: a fronte di un trend positivo per tutti, è questa l'unica classe di età che, dal 1998 al 2001, subisce una riduzione: del 3.4% (totale), del 3% (uomini) e del 4% (donne). Si può affermare, proprio per la specificità di questo dato in un contesto relativamente positivo, che i processi di ristrutturazione continuano a pesare particolarmente sulle giovani generazioni, i ragazzi e la ragazze, generando, alla luce di alcune analisi sociologiche, un senso diffuso di insicurezza, di perdita di identità e di certezze. Ma anche per questo una generazione che affida grandi speranze al "passaggio in Europa".
Tab. 4 - Occupazione per classi di età 2001
  Polonia Ungheria Repubblica Ceca
  Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne
15-64 53.5 59.2 48.4 56.3 63.3 49.6 65.0 73.2 57.0
15-24 21.4 23.1 19.8 31.4 35.6 27.1 34.4 37.4 31.5
25-54 69.5 75.5 63.5 73.1 79.4 67.0 82.0 89.6 74.3
55-64 30.5 38.3 23.8 23.7 35.0 14.6 36.9 52.4 23.0
65+ 7.5 11.7 4.9 1.2 1.9 0.8 3.9 6.5 2.2
Fonte: Eurostat-European Commission, Employment and labour market in Central European countries, 2003
Tornando alla composizione della forza lavoro femminile nel corso della transizione si registrano grandi cambiamenti: diminuisce fortemente il numero delle donne nelle cooperative, diminuisce di un terzo il numero delle donne socie (members in partnership); cresce il numero delle lavoratrici autonome a partire dal 1992, in molti casi per la perdita del precedente lavoro nell'industria. Cresce la qualificazione dell'offerta femminile di lavoro: il numero di donne diplomate che lavorano è molto più alto di quello degli uomini (280.000 contro164.500), il numero delle donne laureate che lavorano è più basso di quello degli uomini ma è in continua ascesa.
Repubblica Ceca
Per la Repubblica Ceca l'occupazione femminile 25-54 nel 2001 è la più alta dei tre paesi (74.3%) così come l'occupazione tra le ragazze che è molto più alta soprattutto di quella della Polonia (+11.7%). La caratteristica principale dell'occupazione femminile in questo paese è un alto livello di investimento nel lavoro in termini di orario (la grandissima maggioranza lavora full time), un forte ricorso agli straordinari (la media delle ore lavorate in un anno è la più alta se confrontata con i paesi OECD: secondo l'ILO, nel 1996 più dell'80% delle donne ceche ha lavorato più di 40 ore alla settimana) Per le donne di classi di età più alte è interessante segnalare una caratteristica: lavora il 92% delle donne di 40-44 anni e l'80% di quelle che hanno 50-54 anni. Insomma la Repubblica Ceca sembra essere il paese che ha subito, dal punto di vista del mercato del lavoro, meno cambiamenti e che ancora conserva alcune caratteristiche del mercato del lavoro del vecchio regime: le ragazze vanno ancora a lavorare presto (il dato relativo è del 31,5% nel 2001, il più alto se confrontiamo i tre paesi su questo punto) e le donne lavorano tanto, per tanto tempo e sono, in tante, attive fino alla pensione.
La disoccupazione
In sette anni la disoccupazione femminile in Polonia è aumentata di circa il 7% .
Grafico 3 - Polonia : tasso di occupazione M/F in % (1997-2003)
grafico sull'andamento della disoccupazione femminile in Polonia
Fonte: Eurostat, maggio 2004
I dati sulla disoccupazione per classi di età confermano quanto verificato sui giovani quando abbiamo parlato di tassi di occupazione: quasi la metà (il 41.5%) dei giovani che hanno meno di 24 anni è senza lavoro e lo scarto 1999-2001 del dato è impressionante (dal 29.6% al 41.5%, ben 11.9% in più), mentre il dato delle ragazze disoccupate (dal 31.6 del 1999 al 42.1 nel 2001, +10,5) è il più alto dei tre paesi.
Tab. 5 - Disoccupazione per classi di età 2001
  Polonia Ungheria Repubblica Ceca
  Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne
15-64 18.7 17.3 20.4 5.7 6.3 4.9 8.1 6.8 9.6
15-24 41.5 41.0 42.1 10.5 11.4 9.3 16.3 16.5 16.2
25-54 16.0 14.3 18.0 5.2 5.8 4.5 7.2 5.6 9.0
55-64 10.1 11.5 8.1 2.9 3.5 -- 4.4 4.2 4.9
Fonte: Eurostat - Commissione europea, 2003
Cresce anche la disoccupazione delle donne tra i 50 e i 54 anni che una volta perso il lavoro per le ristrutturazioni del settore industriale non hanno praticamente alcuna possibilità di tornare a lavorare. L'economia del libero mercato espelle dal mercato del lavoro i gruppi più poveri con un basso tasso di scolarizzazione. Si crea una sottoclasse sociale fatta di disoccupati di lunga durata che sperimentano livelli forti di povertà. Il numero di donne che ha perso il lavoro per la ristrutturazione delle imprese è il doppio del numero degli uomini nelle stesse condizioni.
La diminuzione della disoccupazione è uno dei successi della transizione in Ungheria: nel 2001 è scesa al 5.7%. E, in contrasto con la maggioranza dei paesi della UE, la disoccupazione femminile è più bassa di quella maschile. Ma anche qui i dati sono significativi: in una disoccupazione che cala per tutti, il tasso più alto è quello dei giovani, più i ragazzi che le ragazze.
Pesano anche qui le grandi differenze regionali: 11-12% di disoccupazione nelle zone rurali svantaggiate di nord est e sud ovest a fronte del circa 5% di Budapest. Un quarto della popolazione in età da lavoro percepisce ancora qualche forma di sostegno al reddito, in gran parte pensioni di invalidità. Cresce il numero delle persone che vivono al di sotto della soglia della povertà, mentre cresce anche una fascia opulenta che occupa i gradini più alti della scala retributiva. Casalinghe con tre e più figli, madri sole e popolo rom (circa 400.000, il 4% della popolazione) sono i gruppi più colpiti. La minoranza rom è vittima di forti pregiudizi e molto ampio è il fenomeno dell'abbandono scolastico.
Nella Repubblica Ceca agli inizi degli anni 90 la disoccupazione femminile era bassa ma, dopo la crisi del '97 è subentrata la stagnazione economica con un forte aumento del tasso di disoccupazione. La disoccupazione oggi è in calo ma in modo contenuto: lo scarto tra uomini e donne è intorno al 3%; per i giovani, i dati per maschi e femmine sono molto vicini, più vicini che negli altri due paesi.
Part time e flessibilità
Se ci riferiamo alle forme di lavoro atipico più diffuse nei Quindici, i dati segnalano nei nuovi paesi percentuali molto ridotte (grafico 13). La prima cosa da dire è che prima dell'89 le forme flessibili di lavoro erano un'eccezione ed erano limitate solo ad alcune categorie di lavoratori (per esempio professori universitari e poche altre categorie di "colletti bianchi" oltre, ovviamente, ai lavoratori stagionali dell'agricoltura e dell'industria alimentare).A partire dal 1989 queste forme sono diventate più frequenti e disponibili per più categorie di lavoratori, operai e impiegati. Si tratta dei contratti di durata limitata (fixed terms e short-term contract), agenzie interinali, part time, job sharing. Le ultime due forme in particolare sono connesse con il lavoro informale.
grafico sull'andamento dei contratti di part-time
Fonte: Eurostat, 2004 - * EU15 dati disponibili: 1995
Per quanto riguarda il part time nei paesi entrati, il grafico 5 indica che l'incremento degli ultimi anni è piuttosto ridotto. Per certi versi si può affermare allora che, avendo alle spalle una lunga esperienza, consolidata nelle generazioni, di tempo pieno e di tempo indeterminato, le donne di questi paesi hanno una scarsa propensione a considerare un vantaggio la rinuncia al rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato con pieno salario e relativi contributi.
Se confrontiamo poi le percentuali 2001 di questi paesi con quelle di alcuni paesi dell'EU15 (grafico 6) nei quali il part time femminile è un dato molto rilevante del mercato del lavoro (Olanda, Germania, Gran Bretagna e Francia per esempio), si evidenzia la bassa diffusione di questa forma di lavoro nei paesi dell'Europa centro-orientale. Va anche detto che in Italia il part time femminile si attesta al 17.8%, e cioè ai livelli più bassi tra i paesi EU15, prima solo di Spagna e Grecia.
Con l'eccezione di Polonia, Lettonia e Romania che superano il 10% (soprattutto part time nei lavori stagionali agricoli), solo una piccola percentuale di occupati negli altri paesi lavora part time (e tra questi più donne che uomini) che resta una forma di prestazione poco appetibile sempre per la perdita di salario che comporta.
Grafico 5 - Part time M/F: paesi entrati, candidati e alcuni EU15 (2001)
grafico sull'andamento dei contratti di part-time maschili e femminili
Fonte: Eurostat, maggio 2004
Si può supporre ragionevolmente che la disponibilità volontaria al part time nell'industria o nel commercio nei paesi ex comunisti sia ancora più conseguenza della mancanza di un altro lavoro soddisfacente che una libera scelta tra diverse opzioni per coniugare formazione e lavoro o maternità e lavoro, come avviene nei paesi europei che hanno una consolidata esperienza di lavoro a part time.
Per certi versi si può anche dire che la forte spinta alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, che caratterizza tutti i processi di liberalizzazione dell'economia e di privatizzazione delle imprese, è ancora quasi ovunque senza regole: forme di lavoro atipiche, nuove forme di flessibilità dell'orario, nei fatti molto diffuse (nel terziario soprattutto) assumono spesso carattere informale, senza tutele e senza certezze e non risultano nelle statistiche ufficiali.
La disparità salariale di genere
Il gender pay gap è lo strumento di misurazione delle discriminazioni salariali di genere. Secondo la statistiche, nei paesi EU15 le donne guadagnano in media il 16% in meno del salario degli uomini, in Italia il 6% in meno (è il gap più basso in assoluto per la legislazione il tasso relativamente alto di sindacalizzazione e la conseguente tutela del lavoro dipendente femminile nel nostro paese), mentre in una parte dei paesi nuovi si evidenziano scarti piuttosto alti rispetto alla media EU15.
Grafico 6 - Differenze salariali di genere in % (2001)
grafico sulle differenze salariali
Fonte: Eurostat, maggio 2004
Va ricordato che questi paesi hanno alle spalle una parità formale molto alta: oggi la discriminazione di sesso nel lavoro e nel salario ha origine o nel settore di impiego (settori femminilizzati e per questo sottoretribuiti) oppure nella attribuzione alle donne di lavori dequalificati (con bassi salari o salari più bassi), oltre che in esplicite forme di discriminazione che ancora permangono.
In Polonia il gap medio si attesta intorno al 15% della retribuzione: la forbice si allarga per i lavori con alto contenuto di professionalità (avvocati, dirigenti, medici e così via); il gap diminuisce fino a scomparire nella pubblica amministrazione e in tutti i lavori a bassa retribuzione (turismo, agricoltura, aziende manifatturiere). Nei settori femminilizzati il gap è sistematico: è il caso della sanità, e nell'ottobre del 2000 le infermiere scesero in lotta per rivendicare un adeguamento della retribuzione, evidenziando la relazione tra bassi salari e bassa considerazione del loro lavoro e rivendicando il riconoscimento del ruolo sociale della loro professione.
In Ungheria nei settori femminili tradizionali (agricoltura, costruzioni, tessile, industria della carta, ristorazione, commercio, sanità e servizi sociali) i salari sono più bassi. Oggi i settori di punta con le retribuzioni più alte sono l'energia e le banche, prima del 1989 erano l'industria pesante e le miniere. Ma le donne guadagnano meno degli uomini anche nei nuovi settori, in particolare nel settore bancario.
Nella Repubblica Ceca il gender pay gap si è allargato a partire dagli anni 90. Le donne guadagnano meno degli uomini a parità di livello di scolarizzazione. La retribuzione media delle donne è nel 2001 di 26 punti più bassa di quella degli uomini, il gap più alto dei paesi considerati. Le minori differenze si registrano tra lavoratori diplomati, le maggiori tra i lavoratori meno qualificati e tra i laureati.
Ci si aspettava che le imprese multinazionali occidentali promuovessero la parità di genere, e invece "sembrano averla lasciata nelle aziende dei loro paesi" . Nella Repubblica Ceca le grandi imprese occidentali negano alle donne ruoli manageriali o offrono salari più bassi di quelli degli uomini. Più alto è il livello di scolarizzazione, più largo è il gender pay gap: nella categoria che in genere guadagna di più, "professionisti e dirigenti", ci sono donne che arrivano solo al 55% del salario degli uomini (Czech Statistical Office, 2002). Insomma, lo scarto più ampio nella retribuzione sembra collocarsi alla base (basso titolo di studio) e nello stesso tempo anche al vertice dei lavori e della qualificazione (laureate e specializzate), mentre si riduce nelle categorie intermedie.
Concludendo queste note, bisogna osservare che certamente esiste un intreccio tra mercato del lavoro, condizione femminile e la progressiva caduta del tasso di natalità che si registra in tutti i paesi che stiamo analizzando. E' un fenomeno che investe anche i Quindici, ma in misura diversa e, generalmente, meno intensa.
Tra i paesi centro-orientali solo Ungheria ed Estonia superano l'1.3%, il più basso è quello della Repubblica Ceca (1.1). Per quanto riguarda l'EU15 il più basso è quello dell'Italia, il più alto è quello della Francia (1,9), l'unico paese con il dato in crescita.
Tab.6 - Natalità 1989-2001 nei paesi dell'Europa centro-orientale e in alcuni paesi EU15
  1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001
Polonia 2.0 2.0 2.0 1.9 1.8 1.8 1.6 1.6 1.5 1.4 1.3 1.3 1.29
Ungheria 1.7 1.8 1.8 1.7 1.6 1.6 1.5 1.4 1.3 1.3 1.2 1.3 1.32
Rep. Ceca 1.8 1.8 1.8 1.7 1.6 1.4 1.2 1.1 1.1 1.1 1.1 1.1 1.14
Slovacchia 2.0 2.0 2.0 1.9 1.9 1.6 1.5 1.4 1.4 1.3 1.3 1.3 1.21
Slovenia 1.5 1.4 1.4 1.3 1.3 1.3 1.2 1.2 1.2 1.2 1.2 1.2 1.22
Estonia 2.2 2.0 1.7 1.6 1.4 1.3 1.3 1.3 1.2 1.2 1.2 1.3 1.34
Lettonia 2.0 2.0 1.8 1.7 1.5 1.3 1.2 1.1 1.1 1.0 1.1 1.2 1.24
Lituania 1.9 2.0 1.9 1.8 1.6 1.5 1.4 1.4 1.3 1.3 1.3 1.2 1.25
Romania 2.2 1.8 1.5 1.5 1.4 1.4 1.3 1.3 1.3 1.3 1.3 1.3 1.20
Bulgaria 1.9 1.8 1.6 1.5 1.4 1.3 1.2 1.2 1.0 1.1 1.2 1.3 1.20
ITALIA -- 1.3 -- -- -- -- 1.2 -- -- -- -- 1.2 --
Francia -- 1.8 -- -- -- -- 1.7 -- -- -- -- 1.9 --
Germania -- 1.5 -- -- -- -- 1.3 -- -- -- -- 1.4 --
Regno Unito -- 1.8 -- -- -- -- 1.7 -- -- -- -- 1.7 --

Fonte: World Bank, 2004 - Eurostat , 2003

La demografia dei nuovi paesi dell'Unione è destinata a riflettersi sui processi migratori sia dal punto di vista dell'emigrazione verso i Quindici, sia (almeno per alcuni tra i paesi nuovi) dal punto di vista della immigrazione dai paesi poveri che si collocano oltre gli attuali confini dell'Unione europea.
Le emigranti dall'Est in Italia
Quindici anni di dura transizione hanno prodotto in larghe fasce della popolazione femminile insicurezza e povertà e hanno reso difficile nei loro paesi la ricerca di un lavoro sicuro e ben retribuito, in grado di garantire un livello accettabile di reddito e di vita in una società complessa e in continua trasformazione come è quella dei paesi dell'Europa centro orientale oggi. E allora le donne più povere di questi paesi, quelle delle zone rurali e dei villaggi, le giovani senza lavoro ma anche le donne più grandi che il lavoro lo hanno perso, hanno cominciato ad emigrare verso i paesi dell'EU15.
Si tratta di un fenomeno di massa, una emigrazione femminile di massa, caratterizzata da una importante novità rispetto alle emigrazioni conosciute: queste donne, come d'altronde le donne che emigrano dai paesi poveri del mondo, lasciano spesso nei loro paesi la propria famiglia, i loro bambini, per trasferirsi ad ovest, lavorare e mantenere con le rimesse chi resta a casa, il marito, i genitori, la famiglia. Vengono nell'ovest più ricco a fare i lavori di cura (bambini e anziani soprattutto) che nessuno vuole più fare e svolgono la funzione di "capofamiglia" all'estero. Si tratta di scelte difficili e dolorose soprattutto per la lontananza forzata dai figli e dagli affetti.
La tabella ci dice che le regolarizzate 2003, provenienti dai paesi entrati nell'UE e da quelli ancora candidati, in Italia sono più di 84.000 (soprattutto da Romania e Polonia), una cifra davvero importante se si tiene conto del lavoro clandestino e delle irregolari di questi stessi paesi.
Secondo le elaborazioni compiute dalla Caritas, nella regolarizzazione del 2002 le donne hanno presentato il 45,7% del totale delle domande. Le donne dell'Est europeo hanno presentato il 66,7% delle domande, in particolare le rumene e le ucraine che da sole coprono circa la metà delle domande (48,3%), il terzo paese è la Polonia. Si tratta di donne che hanno titoli di studio generalmente elevati, diplomate e anche laureate, spesso con un'alta preparazione professionale medica o paramedica che possono offrire assistenza sanitaria specifica.
I dati dell'ultima regolarizzazione ci segnalano:
- il forte incremento di nazionalità finora poco rappresentate quali la rumena e la polacca, che grazie all'esenzione dall'obbligo del visto arrivavano in Italia ma non riuscivano ad ottenere un titolo valido e duraturo per il soggiorno e finivano nella irregolarità;
il fortissimo ruolo rivestito da queste donne nell'assistenza e della collaborazione domestica: questi due settori coprono la quasi totalità delle domande presentate.
Italia: prime 10 nazionalità di donne dell'Est Europa regolarmente soggiornanti
  Soggiorni al 31/1/2/02 Regolarizzazioni
per lavoro in famiglia al 2002
% lavoro in famiglia
su totale regolarizzazioni
Albania 21.934 22.165 7.95
Romania 51.282 63.573 44.9
Polonia 25..048 25..002 75.8
Jugoslavia 16.979 993 14.8
Ucraina
11.186
89.0329 77.6
Russia 10.135 5.194 77.7
Macedonia 9.176 517 8.9
Bulgaria 4.991 4.275 47.5
Moldavia 4.932 22.501 73.4
Repubblica Ceca 3.290 331 43.7
Fonte: Caritas, Europa, allargamento a Est e immigrazione, aprile 2004

 

Matilde Raspini